Con Desperate Struggle è sfumata l'occasione che NMH evolvesse verso il bel gioco in senso canonico; anzichè diventare un videogioco vero, è rimasto il solito burattino indisciplinato. Di conseguenza, essendo l'originale, per quanto possa sembrare assurdo, un'opera completa e autoconclusiva, non è rimasto che intagliarne una riproduzione vagamente alternativa - con il risultato non banale d'aver mantenuto intatte le venature di ironia e d'imprevedibilità.
Il gameplay è tale e quale a com'era nell'esordio, a parte la rimozione completa della Santa Destroy percorribile in moto; i grilli parlanti dei forum e dei siti specializzati, nonchè quelli nelle loro stesse teste, avranno convinto Grasshopper, ma è pur vero che se Pinocchio avesse dato retta alla voce della ragione, insieme ai guai peggiori anche tanta parte della sua irripetibile avventura non avrebbe avuto luogo.
Rimuovere e razionalizzare anzichè ricalibrare e sviluppare l'esistente; il ravvedimento non c'è comunque stato e infatti ecco i mini-giochi a 8-bit, che portano definitivamente allo scoperto la vena sotterranea del primo capitolo; altra suggestione anomala, che sintetizza e rende schematiche (oltre che in grossa parte facoltative) le transizioni tra una ranking fight e l'altra. Quello che ne esce fuori è un ritmo più nervosetto, meno scandito e rituale, che fa un po' collassare l'esperienza sull'action ignorante e musicale dei combattimenti, rimasti indefessi sui medesimi standard (più o meno quelli del primo Final Fight).
Stavolta Travis ha già conosciuto il successo, non trova più realizzazione personale nell'assassinio di suoi simili, è incazzosamente vendicativo e va di fretta, per cui meno smancerie e presentazioni indirette o perfino sfuggenti delle personalità dei boss; le caratterizzazioni non sono venute meno ma semplicemente virate su figure meno topiche della Bad Girl di un tempo, oltre ad essere vendute in maniera più sbadata e sufficiente.
Meno coerente e dosata anche la colonna sonora, che rimane comunque ottima; i remix di Dark Side, le due tracce di Yamaoka e alcune intuizioni del riconoscibile Fukuda tengono alta la bandiera pur senza replicare i fasti, consacrando un immarcescibile main theme che si guadagna un posto nella storia del sonoro videoludico. E' una componente particolarmente esemplificativa dell'intera esperienza, di un lavoro che si può interpretare assimilabile al secondo album di una band garage - una band sbrindellata che non saprà farli poi granchè bene i videogiochi, ma che li ama (prendendosi le sue libertà senza fraintenderli) e che dispone dell'estro tale da trasmetterlo fortemente al giocatore.
Insomma, visti i frutti, Desperate Struggle non s'aveva da fare.
Meno male che l'hanno fatto lo stesso.

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