mercoledì 8 agosto 2012

Braid

 

Le apparenze di Tim, una sottospecie di nanerottolo con il carisma di un bacherozzo, e dei nemici, dei veri e propri bacherozzi, non sono per Braid un gran biglietto da visita. Il brutto anatroccolo rivela invece, sotto il piumaggio inelegante, un concentrato di idee celebralmente stimolanti e stranianti, una successione di paradossi spazio-temporali da metabolizzare e decifrare; lo scopo è quello di recuperare i pezzi di puzzle disseminati per i livelli e ricomporre così delle immagini, forse senza significato, forse frammenti della memoria sepolta del protagonista.

Qualcuno lo cataloga alla voce platform, ma la definizione non è del tutto calzante; per quanto siano effettivamente piattaforme e salti a costituire i livelli e le azioni a disposizione del giocatore, non è nelle classiche prerogative del genere che risiede il bello. I semplici fondamentali al più costituiscono un mezzo per relazionarsi al nocciolo dell'esperienza, un'enigmistica che affatica le meningi richiedendo spirito di osservazione, intuizione e capacità di ricostruire mentalmente dei percorsi possibili. Con percorso non è da intendersi univocamente la traiettoria tra due punti, bensì anche la successione cronologica delle mosse da compiere, dato che si potrà alterare il flusso dell'orologio virtuale, rallentando o velocizzando gli eventi o riavvolgendo il nastro su cui l'azione del giocatore si imprime.

L'abito inganna anche dal punto di vista del clima che si respira durante l'esperienza, romantico e surreale;  musiche e narrazione hanno un tono introspettivo, bastano le poche righe di testo a introduzione dei livelli ad evocare una malinconica emotività.

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