mercoledì 1 agosto 2007

[PS2] Genji: Dawn of the Samurai

the last action-adventure-beat’em up hero
Il picchiaduro a scorrimento, quello vero, è morto.
E’ stato un genere glorioso, amato nelle fumose sale giochi di periferia come sulle placide console domestiche, in un periodo d’oro bidimensionale nemmeno tanto lontano; Double Dragon, Final Fight, Streets of Rage, The King of Dragons, Cadillacs and Dinosaurs… quanti titoli indimenticati.
La formula era semplicissima, quasi elementare: scenari pseudo-isometrici dalla sconcertante linearità, sprite degli avversari riproposti in ciclo continuo con il furbesco accorgimento della variazione cromatica e qualche tasto da consumare in preda alla furia distruttiva.
Senza dimenticare i protagonisti tamarri, i barili o le casse da fracassare impunemente e gli item energetici proposti sotto le sembianze alimentari di polli arrosto (segno evidente di come ai tempi l’aviaria non si fosse ancora palesata).
Oggi come oggi simili produzioni, legate in maniera inscindibile ad una certa pop-culture tipicamente anni ’90, non avrebbero ragione d’esistere; eppure la loro essenza genuina è riuscita a ritrovare concretezza, in quel trend videoludico inaugurato da Devil May Cry, evoluto da Ninja Gaiden ed in seguito perfezionato da God of War. Difficile escogitare un nome calzante per un fenomeno di rielaborazione relativamente recente come questo; l’abilità manuale e la tempestività di reazione richieste sono tipiche dell’action, il plot narrativo e l’esplorazione di locazioni più o meno estese richiamano i classici canoni dell’adventure, il massacro di orde nemiche in scontri a corpo a corpo non può che evocare il termine picchiaduro… E se, come spesso accade, rivestissero una certa importanza nell’economia di gioco anche sparatorie, uso dell’arma bianca e crescita statistica del personaggio in stile role playing game? Con che vocabolo sintetizzare la fusione simbiotica di tanti elementi?
Ripensandoci, un simile passatempo linguistico lascerebbe il tempo che trova; mettendo da parte i maldestri tentativi di definizione, insieme all’amarcord di basso livello, sarebbe ora di troncare le smancerie e di passare all’argomento Genji, novello action-adventure-slash’em up (la frittata è fatta…) realizzato dalla softco nascente Game Republic (no, niente a che vedere con la rivista cartacea).

la spada del samurai
Se il proprio hobby di scelta non è la numismatica o almeno non si è trascorso l’ultimo ventennio su un satellite di Marte, il nome Street Fighter II dovrebbe suonare ben noto; una delle menti più autorevoli dietro il progetto di Genji è proprio uno dei mitici creatori della saga di Ryu e Sagat, al secolo Yoshiki Okamoto, ex game-designer di Capcom oltre che esperto conoscitore\praticante di arti marziali.
Il “tocco del maestro” non tarderà a rendersi evidente sin dai primi momenti di gioco; il protagonista Yoshitsune, agghindato in maniera a dir poco sfarzosa, si esibisce ai comandi del videogiocatore in una perfetta coregrafia di combo e movenze acrobatiche, liberandosi degli avversari in una sintesi ideale tra grazia e potenza. L’attenzione riposta nella realizzazione dei combattimenti traspare nella fisicità sanguigna degli impatti, nel dinamismo delle animazioni ma soprattutto nelle tempistiche di attacco e difesa; se la semplice eliminazione degli oppositori, per quanto esteticamente appagante, scade in breve nella ripetitività, l’apprendimento del Mind’s Eye risolleva bruscamente l’interesse sopito.
La tecnica consiste in un rallentamento del flusso temporale, da sfruttare per intuire le mosse del nemico e contrattaccarle con la semplice pressione di un tasto; anche se circondato ed in procinto di subire una serie di affondi mortali, il giocatore in netta inferiorità numerica può risolvere la questione a suo vantaggio facendo appello ad una moderata dose di riflessi. Tale componente di “automazione” degli eventi garantisce risultati visivi spettacolari, ma al contempo finisce per rendersi invadente, monopolizzando gran parte del gameplay e forse facilitando eccessivamente lo svolgersi dell’azione; l’utilizzo del Mind’s Eye è stato limitato tramite una barra di energia ad esaurimento, ma la rapidità con cui è possibile rigenerarla rende l’abuso delle counter alla moviola un’opportunità troppo allettante per non essere colta appieno.
La concessione di impersonificare un secondo personaggio (abbandonando l’agilità di Yoshitsune per l’incedere del monumentale Benkei) e la meccanica di potenziamento delle armi da taglio (fin troppo superficiale, vista la latitanza di nuove mosse da assimilare) non riescono ad introdurre la varietà sperata nei ritmi dell’esperienza, consistente in una serie di scontri distribuiti su una rigida mappa di gioco e tenuti insieme da un filo narrativo poco più che accessorio; simili premesse, sommate all’essenza stessa del gameplay, portano giocoforza ad una longevità ridotta ad un arco di poche ore: le emozioni di gioco raggiungono un climax prematuro per poi calare verso l’inevitabile piattezza della routine.

estetica orientale
Pensando alle più ricorrenti conseguenze dei limiti tecnici di Ps2, si potrebbero citare in ordine sparso l’aliasing persistente, la modesta risoluzione e profondità di colore delle texture e la gestione di una massa poligonale non proprio notevole; Genji non vuole farsi mancare niente, e presenta un po’ tutti i problemi summenzionati.
Niente di grave in fin dei conti, visto che l’opera prima di Game Republic recupera abbondantemente dal punto di vista della direzione artistica.
Aldilà della pregevole caratterizzazione dei personaggi, è la rappresentazione naturalistica a catturare lo sguardo, grazie anche ad una sapiente scelta degli angoli d’inquadratura; i colori pastello ricreano atmosfere soffuse, le luci delineano il profilo di architetture medievali immerse nel verde, steli d’erba e fronde rosate si muovono all’unisono nel vento.
Tramonti abbacinanti, antichi templi e foreste accese dal rosso autunnale saranno solo alcuni degli scorci più evocativi, palcoscenico ideale per la teatralità di vicende d’onore e guerra.
La delicatezza degli scenari bucolici stride piacevolmente con l’irruenza delle battaglie, interpretate in un vortice di scintille e spruzzi di plasma; suggestioni antitetiche sono evocate anche dai temi musicali, che passano da un accompagnamento gentile, quasi sussurrato, a ritmi incalzanti nelle scene più cariche di pathos.

knights of the game republic
Pur lontano dall’eccellenza, Genji rappresenta un inizio promettente per una softco di recente fondazione come Game Republic; nonostante la passione e l’indubbia raffinatezza con le quali è stato confezionato, il titolo sembra mancare di un adeguato bilanciamento del gameplay, risultando brillante nei primi istanti dell’azione ma perdendo incisività alla media distanza.
Se, infatti, la direzione artistica e l’armonia delle coreografie di lotta convincono senza riserve, l’intrusivo sistema di counter-attacks finisce per fagocitare l’intera esperienza di gioco, privandola di grossi significati ludici.
Nell’attesa dei prossimi progetti, a quanto sembra rivolti verso i lidi next-generation di PS3, non rimane che fare i più sentiti auguri ad Okamoto San: i suoi successi futuri potrebbero fare la felicità di migliaia di videogiocatori.

(recensito per Gameplus)

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